Giovanni Miccoli, La Chiesa dell'antiConcilio. I tradizionalisti alla conquista di Roma, Laterza, 2011, 24,00 €
Il 29 agosto 1976, in una sala di Lilla, alla presenza di migliaia di
fedeli entusiasti, mons. Marcel Lefebvre, nel corso della messa,
pronuncia un'omelia che ha vasta eco. Il 'sermone di Lilla' segna una
tappa ulteriore nel suo contenzioso con Paolo VI e costituisce un punto
di riferimento fondamentale per i suoi seguaci della Fraternità San Pio
X. Già sospeso a divinis per aver proceduto alle ordinazioni sacerdotali
che Roma gli aveva vietato, egli rivendica il suo «dovere di formare
dei preti, di formare i veri preti di cui la Chiesa ha bisogno». Ma
soprattutto ripete una condanna senza appello del concilio Vaticano II,
il grande accusato. Sono passati sei anni dalla fondazione della
Fraternità, punta di diamante del variegato movimento anticonciliare,
espressione più completa delle sue ragioni. Tre decenni dopo, il decreto
della Congregazione dei vescovi rimuove la scomunica di Giovanni Paolo
II contro i quattro vescovi consacrati illecitamente da mons. Lefebvre.
La revoca è firmata dal prefetto della Congregazione, ma la decisione,
com'è ovvio, era stata di Benedetto XVI.
Giovanni Miccoli traccia la storia della Fraternità e
dell'atteggiamento assunto nei suoi confronti dai papi nei quasi
cinquant'anni successivi al concilio. L'interesse che una tale storia
presenta è molteplice: la relazione tra Roma e la Fraternità è
illuminante per capire la realtà e i caratteri della drastica
contrapposizione che si espresse all'interno del concilio, un vero e
proprio scontro fra due modi diversi di pensare e vivere il
cristianesimo e la Chiesa. Ma anche per indicare in quale direzione
papato e curia hanno inteso di volta in volta dirigere la Chiesa
cattolica, sia in riferimento alla sua vita interna sia nei suoi
rapporti con gli 'altri'.
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